Sapevi che molti dei cibi vegetali che caratterizzano la cucina italiana derivano in realtà dal nuovo continente? Alcuni, come il fagiolo e la patata, furono importati come piante ornamentali. Insieme a loro il mais, con il quale si prepara un piatto assurto a simbolo nell’Italia settentrionale. Una degustazione di polenta infatti è d’obbligo se parti in camper per trascorrere le vacanze sulla neve nei comprensori delle Dolomiti Bellunesi, tra discese sugli sci e percorsi sulle ciaspole. Si fa tuttavia troppo presto a parlare di polenta, al singolare.

Una, cento, mille polente
Servita nel bellunese insieme al pastìn – una grande polpetta grigliata di carne e lardo di maiale e manzo – oppure alle lumache o alle trote in umido, la tradizionale polenta di montagna è cotta e soda al punto da poterla tagliare, ma ha diverse varianti molli o solide, che il latte rende più chiare e la presenza di altre farine più scure e granulose.
Per esempio, spargendo la farina di mais nell’acqua bollente salata si ottiene quello che a Belluno è chiamato scòt (scotto, non cotto), sgodia a Feltre o tòcio in diversi altri comuni: un brodetto da utilizzare prima che diventi troppo denso, ottimo per sgrassare il palato dopo carni sostanziose.
Se invece mescoli bene la farina nell’acqua bollente (a volte con un po’ di latte) e poi lasci bollire per tre quarti d’ora, ottieni una polenta molto tenera detta patùgoi (Belluno) o cavernòla (Feltre). Puoi gustarla calda praticando un piccolo foro nel quale versare un po’ di latte freddo.
Nel caso di appetito particolarmente robusto (o di freddo molto intenso!) prova il pendolón (Feltre). Fai bollire fagioli e patate intere, a cottura ultimata togli le patate, passale al setaccio e rimettile nel brodo per farle sciogliere, aggiungi la farina di granturco e mescola bene. Un tempo al composto si mischiavano cipolle soffritte e acciughe, nella polentàza (la variante bellunese) anche castagne rinvenute in latte, lardo, salame e salsiccia. A fine cottura l’impasto si stacca dalla pentola e diventa molto consistente, pronto per accompagnare i pastori per giorni durante il loro percorso.

Sempre più in alto!
Dopo la polentàza necessiti di un digestivo? La giornata sulla neve è particolarmente fredda? Non temere: nel territorio delle Dolomiti non può mancare la grappa! Distillati forti di barancio (pino mugo), ginepro e genziana, oppure dolci nettari di mirtilli, fragoline di bosco o lamponi: non c’è che l’imbarazzo della scelta! Ma la vera grappa tradizionale, chiamata con confidenza e un certo affetto la Nina, è quella pura, limpida e schietta che stillava da artigianali alambicchi domestici, scaldando vinacce di uve storiche come Pavana, Gata e Bianchetta. Nasceva a fine autunno, frutto di un rito contadino che aveva del sacro, perché l’alto grado alcolico della bevanda (a volte eccessivamente alto!) rappresentava una cura universale dai malanni, dal freddo, dagli affanni e dalla tristezza.
La Nina era prodotta anche in numerose distillerie bellunesi oggi scomparse, ma è stata riproposta nel 2017 dalla distilleria Le Crode, nel comune sparso di Quero Vas. Raggiunge i 43 gradi alcolici ed è quindi da bere con calma e moderazione. Il bello del camper però è che non sei costretto a ripartire immediatamente ma puoi fermarti a dormire sul mezzo!
Prosit!

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